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MODELLI A CONFRONTO PER UN ABITARE COLLABORATIVO NELLA SECONDA META’ DELLA VITA

Molteplici gli spunti offerti dal seminario organizzato da Abitare le età Onlus per il secondo Caregiver Day bergamasco

“Abitare collaborativo nella seconda metà della vita”, è questo il tema al centro del seminario “Le Residenze Solidali” organizzato all’Auditorium della biblioteca civica di Gorle domenica 19 maggio, in occasione del secondo Caregiver bergamasco e a corollario di un intero mese dedicato - attraverso una serie di quattro incontri “Perdita di autonomia. Quale futuro?” presso la sala della Mutuo Soccorso di Via Zambonate 33 - proprio all’importante figura di chi quotidianamente presta assistenza ad un proprio familiare non autosufficiente e necessita, molto spesso di supporto pratico e psicologico. A partecipare alla giornata, oltre ad una settantina di persone, anche alcune autorità, tra cui: il sindaco di Gorle, Giovanni Testa e il sindaco di Scanzorosciate, Davide Casati, nonché Maria Carolina Marchesi, Assessore alla coesione sociale: politiche sociali, politiche giovanili, reti sociali, integrazione, pari opportunità del Comune di Bergamo.

Abitare l’età mira a costruire esperienze come quelle di altre realtà italiane anche a Bergamo

Prima di dedicarsi al pomeriggio ludico – riservato al pranzo solidale e alla condivisione di ginnastica dolce, canti e balli -, in linea con il proprio mandato, l’Associazione Abitare le età Onlus ha voluto dunque organizzare una mattinata di approfondimento sul tema dell’abitare collaborativo durante quella che è stata da più parti definita “la seconda metà della vita” «per portare avanti - come ha sottolineato nel suo intervento introduttivo il Presidente di Abitare le età, Stefano Stefanoni, - la scommessa della nostra associazione, ovvero quella di riuscire, sullo sfondo del tema dell’abitare diverso e dell’abitare insieme, a far partire esperienze come quelle di altre realtà italiane anche sul territorio bergamasco». Così sono state presentate alcune tra le più significative e interessanti esperienze di co-hausing non solo italiane e bergamasche, ma anche europee, in modo da poterne far tesoro.

Ripensare la socialità degli over 65

Dietro la regia di Daniela Bernacchi (ex direttore generale e A.D. di Cesvi) e dopo l’ampia analisi demografica presentata da Aldo Cristadoro, CEO di di Twig che ha fatto il punto sulla figura dell’over 65 in Italia e ha evidenziato quanto poco sia affrontato ancora oggi il tema dell’invecchiamento della popolazione con tutte le conseguenze socio-economiche e sanitarie che tale fenomeno comporta, sono intervenuti diversi soggetti del Terzo settore, per cercare di dare una risposta, attraverso le testimonianze di co-hausing da essi esperite, ad una delle quattro e più sottovalutate sfide che l’invecchiamento della popolazione pone: come ripensare la socialità degli over 65, ovvero di quella quota sempre più consistente della popolazione italiana e bergamasca.

Esperienze italiane e internazionali a confronto: è vincente la partnership tra pubblico e privato

Mettendo a confronto otto esperienze di abitare collaborativo, sei nazionali e due europee, l’intervento di Chiara Casotti ha puntato l’attenzione sulla «necessità di partnerschip tra pubblico e privato, come fondamentale per sostenere iniziative di successo» e ha sottolineato l’altro grande aspetto, ovvero la co-costruzione del progetto di housing, in modo che l’abitare collaborativo s’integri con il territorio, il quartiere in cui è inserito e, allo stesso tempo, non faccia sentire estraneo chi, quotidianamente, vive dimensioni di convivenza. Sottolineando che alla base dell’abitare ci possono essere delle forme di collaborazione e solidarietà tra vicini, Chiara Casotti ha messo in luce che in Italia e soprattutto nel nord Europa e negli Usa ci sono vari modelli di abitare collaborativo, tutti accomunati da alcune caratteristiche trasversali: l’essere autogestito e contrassegnato da diversi gradi di condivisione tra nuclei familiari; il prevedere unità abitative private, cui si aggiungono spazi e servizi comuni. A tali aspetti si sommano alcuni elementi opzionali, ovvero: la progettazione partecipata (impossibile quando si tratta di modelli top-down), il vicinato elettivo, la presenza di servizi collettivi e multifunzionalità. Da queste premesse, l’intervento di Chiara Casotti si è snodato poi in una descrizione narrativa delle più significative esperienze, a partire da quella nata a Torino con il nome di “Numero Zero” che rappresenta la prima esperienza in Italia di cohausing resident driven, condotto e autogestito dai residenti: un’iniziativa nata dal basso, senza il supporto della pubblica amministrazione, e nonostante ciò un modello di successo, caratterizzato dalla forte tendenza ad aprirsi al quartiere, creando sinergie anche con il resto della comunità. Chiara Casotto ha poi raccontato dell’esperienze di partnership pubblico/privato dei condomini solidali, nati sempre a Torino, in collaborazione con ATC di Torino che vedono un abitare collaborativo transgenerazionale. Si tratta di unità abitative occupate da alcuni anziani che hanno accettato di spostarsi dalle case popolari per alloggiare insieme ad altri soggetti fragili, come donne maltrattate o in difficoltà temporanea, tutti supportati dalla cooperativa AGS. Sempre caratterizzata da un mix generazionale, anche l’esperienza bolognese di iniziativa pubblica “Porto 15” e quella totalmente privata, milanese, dell’Urban Village Bovisa. Interessante anche l’esperienza "Le case di Tiedoli" di Borgo Val di Taro - con una partnership pubblico/privato - che prevede palazzine con sei appartamenti ristrutturati e domotizzati per consentire a chi abita in montagna di non lasciare il proprio territorio. Sul fronte estero, la tradizione nordica ha fatto da apripista, con l’esperienza di Stoccolma che fin dalla fine degli anni Ottanta ha messo in campo un progetto di 42 appartamenti di varie metrature - da monolocali a trilocali -, accompagnati da spazi e attività comuni: dalla cucina in comune, alle pulizie condivise. È il primo co-hausing della “seconda metà della vita”: l’immobile, di proprietà di un’impresa edilizia residenziale pubblica, è affittato ad un gruppo autogestito, il quale decide cosa fare: mangiare insieme, frequentare il corso di canto, fare giardinaggio e risolvere così il problema della solitudine, senza perdere spazi di indipendenza e privacy. Molto interessante anche la britannica “Cole street farm Doset”: un ex fienile con granaio e cottage ristrutturato da un gruppo che si è unito e ha progettato un abitare collaborativo aperto al territorio: il 30% dell’immobile offre case accessibili ad affitto calmierato, in modo da far rete con il territorio.

Le esperienze bergamasche

La co-costruzione partendo anche da chi abita insieme è alla base anche del progetto di “abitare leggero” in atto a Pradalunga, in provincia di Bergamo grazie all’iniziativa della Cooperativa Generazioni Fa, in collaborazione con il Comune. Si tratta di un progetto che si avvicina di più a quello di una piccola casa di riposo, dal momento che l’età media degli inquilini che abitano una porzione di scuola materna ristrutturata - 10 unità abitative con spazi di cucina in comune e personale che quotidianamente assiste gli anziani - è di circa 88 anni. «Partito come un progetto dell’area anziani – ha spiegato Simona Brusamolino, Presidente della Cooperativa Generazioni Fa –si sta configurando come integrazione generazionale sia perché attorno a questa casa ruotano molte figure giovani di supporto e parecchi soggetti volontari del territorio, ma anche perché c’è un continuo scambio con l’asilo limitrofo». Nel solco dello scambio e dell’abitare molteplice si muove anche la neonata SBAM, presentata da Michael Evans che nel suo intervento, oltre a presentare il progetto, ha sottolineato l’importanza di aver fatto sistema, ponendo il terzo settore come interlocutore in una logica d’integrazione tra pubblico e privato e di inclusione, in un tavolo che resta aperto a tutte le cooperative ed associazioni interessate a mettersi in gioco. Una presenza, questa, dalla quale non si è sottratta neppure Abitare le età Onlus, come ha ricordato in chiusura del seminario il suo Presidente, Stefano Stefanoni.


LE VITE NASCOSTE DEI CAREGIVER BAMBINI

Non hanno ancora 18 anni e già aiutano fratelli, sorelle e genitori disabili o gravemente malati. E nessuno si accorge di loro. Spesso neppure gli insegnanti, che vedono calare il loro profitto. Ma alcune associazioni vogliono portare le loro storie all’attenzione pubblica.

A 18 anni Giovanni non pensa solo alla scuola, allo sport, alle ragazze. Nella sua agenda quotidiana devono trovare posto anche tanti piccoli impegni per dare una mano a suo fratello Mario, che ha due anni più di lui convive con una grave forma di autismo. I suoi genitori lavorano entrambi fuori città e Giovanni ogni mattina aiuta il fratello maggiore a lavarsi e vestirsi, gli prepara la colazione e attende che i volontari del centro diurno lo passino a prendere. Solo a questo punto va a scuola e comincia finalmente la sua giornata. Ma non di rado Mario lo sveglia di notte per leggere insieme un libro sui tram, la sua grande passione. In quei giorni al mattino Giovanni si sente più stanco del solito. Vuole bene a Mario e per non mettere in difficoltà i genitori ha rinunciato a partire per un periodo di studio all’estero, un’esperienza che, se non avesse dovuto occuparsi di lui, non si sarebbe fatto scappare.

Giovanni e Mario sono nomi di fantasia, ma la loro storia non ha nulla di fantasioso. Sono tanti i bambini e ragazzi sotto i 18 anni che ricoprono un ruolo significativo per prendersi cura di un membro della propria famiglia, assumendosi responsabilità solitamente affidate ad un adulto e sacrificando la propria infanzia e adolescenza in modo talvolta decisivo. Si occupano di fratelli, ma talvolta anche di genitori, con disabilità fisiche o mentali, con malattie croniche o degenerative, o con problemi di dipendenza.


Nel 2018 l’iSTAT contava 391 mila caregiver tra i 15 e i 24 anni, il 6,6 per cento della popolazione italiana in quella fascia d’età” chiarisce Licia Boccaletti Della Cooperativa sociale modenese Anziani e non solo, che da anni si occupa di questo tema. Ma il dato statistico non tiene conto dei tanti minorenni sotto i 15 anni. In generale vuol dire che c’è un giovane caregiver in ogni classe.

Secondo una recente ricerca sul problema della disoccupazione giovanile, nel nostro Paese le responsabilità collegate alla cura dei familiari sarebbero la prima causa di inattività dei cosiddetti “neet”, quei ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. Inoltre gli studi ci dicono che i giovani caregiver soffrono di ansia e depressione, registrano cali nel rendimento scolastico e, nei casi più estremi, arrivano ad abbandonare precocemente la scuola.

In tanti casi l’esperienza di caregiver può comportare conseguenze positive, come il rafforzamento dell’autostima e l’aumento dell’autonomia. Ma non sempre le cose vanno così bene.

All’interno di questo fenomeno, vi è quello dei ragazzi che sperimentano una patologia mentale in uno dei propri genitori. Per aiutare chi ha un padre o una madre con depressione, disturbo bipolare o schizofrenia, è nata recentemente la prima associazione in Italia creata da e per figli di genitori con un problema di salute mentale. La presidente Stefania Buoni, grazie al sostegno del Centro di servizio per il volontariato di Terni, alla fine dello scorso anno ha pubblicato un piccolo manuale di sopravvivenza intitolato “Quando mamma e papà hanno qualcosa che non va”. Purtroppo si tratta di un argomento tabù, di cui si parla molto poco. Stefania, grazie ad alcuni forum canadesi , australiani, statunitensi, ha avuto modo di confrontarsi con giovani e adulti che, come lei, avevano conosciuto la sofferenza mentale di un genitore. E si è resa conto che non solo i figli di genitori con disturbo psichico sono tanti, ma spesso vivono una vita segreta e insospettabile.


E’ diffiicile confidarsi con qualcuno, spesso ci si sente gli unici al mondo. E poi ci sono la rabbia, la paura e il senso di colpa. Le situazioni, certo, sono una diversa dall’altra. Alcuni hanno subito abusi, altri hanno avuto, nonostante tutto, genitori amorevoli. Alcuni sono stati affidati a parenti, c’è chi non ha mai conosciuto il genitore prima del manifestarsi della malattia e chi invece ha vissuto un prima e un dopo. Alcuni infine sono rimasti invischiati nelle dinamiche familiari mentre altri hanno tagliato la corda appena hanno potuto. In tutti i casi però si tratta di equilibri fragili, soggetti ad essere spazzati via al primo colpo di vento. In tutti i casi un confronto tra “pari”, è importante. Per questo nel 2017 è nata Comip, acronimo che sta per Children of mentally ill parents. Questa associazione propone gruppi di automutuoaiuto e ha tra i propri obiettivi quello di far sentire meno soli i tanti adolescenti, giovani e adulti che si trovano in questa situazione.

Chi frequenta i gruppi di automutuoaiuto lo sa: per quanto drammatica nessuna situazione è senza via d’uscita. Anzi a volte la convivenza con i problemi dei propri cari aiuta a raggiungere maggiore consapevolezza della propria fragilità come della propria forza. Ne è convinta Stefania Buoni, che sintetizza in questo modo il suo pensiero: “Avete vissuto un’esperienza così delicata e tosta potrebbe farti pensare che ti attende un futuro in cui ripercorrere il cammino dei tuoi genitori. Ma non è detto che sia così: hai sempre la possibilità di diventare agente attivo di cambiamento”.



Tratto da “il redattoesociale.it”


Bagni di sole e medici di quartiere, la nuova vita dei pensionati in Sardegna

Il progetto di Marco Corrias, sindaco di Fluminimaggiore, 3mila abitanti e un territorio straordinario: «Combattere lo spopolamento facendo del proprio paese una residenza diffusa per gli over 65 di tutta Europa»


Secondo l’ultimo rapporto Censis, sono 370mila i pensionati con la valigia che spendono la propria pensione all’estero: migliaia di italiani che hanno scelto di sfruttare le agevolazioni fiscali in Portogallo, Spagna o Tunisia, paesi dove un caffè costa 60 centesimi e la benzina poco più di un euro. Il modello non è però quello delle esclusive agevolazioni fiscali. «Qui a Fluminimaggiore pensiamo a un pacchetto chiavi in mano, dove chi arriva, oltre al clima mite, troverà residenze di prestigio, cooperative in grado di prestare innumerevoli servizi, trasporti pensati su misura, eccellenze gastronomiche a chilometro zero e la possibilità di accogliere e condividere coi propri affetti lunghi periodi di vacanze in strutture di livello».

Invece delle case di riposo...

Archiviato il modello della tradizionale casa di riposo, si punta a strutture diffuse dotate di tutti i comfort, dai servizi di ristorazione ai centri ricreativo-sportivi. «Penso a chi piace andare al mare a luglio ma anche quelli che amano mangiare i ricci in spiaccia a gennaio, a chi ha la passione di andare a cercare funghi in ottobre, camminare o fare yoga a qualsiasi ora sulla spiaggia e andare al cinema, al teatro o all’opera senza lo stress del parcheggio. Penso alle escursioni nelle cantine vinicole, alle gite archeologiche, alla raccolta delle more e degli asparagi, alla lunga stagione estiva nelle nostre magnifiche calette. L’Iglesiente è un territorio straordinario e facilmente raggiungibile, si trova a poco più di un’ora da Cagliari, dall’aeroporto di Elmas, dall’isola di Carloforte o dalle dune di Piscinas, uno dei deserti naturali più grandi d’Europa dove i bagni di sole si fanno anche a dicembre inoltrato».


Affitti a 300 euro al mese

Il modello a cui sta lavorando Corrias è quella della cooperativa di servizi o di una cooperativa di comunità dove tutti i cittadini sono invitati a contribuire: proprietari di case, artigiani, commercianti, operatori sociali, tecnici e specialisti. «E’ il paese intero chiamato a realizzare questo progetto: occorrono manager capaci di gestire e imprenditori edili che si occupino della reperibilità e ristrutturazione delle case del centro storico. Qui le strutture disabitate sono circa cinquecento e un affitto raramente supera i 300 euro al mese». Le abitazioni dovranno rispondere a standard eccellenti di qualità e sicurezza, possibilmente dovranno essere dotate di giardini e cortili e non dovranno essere isolate, in modo da restituire il senso di comunità e favorire le relazioni tra gli ospiti.


Assistenza sanitaria notte e giorno

Fondamentale, per il sindaco, il tema della salute. «Chi sceglierà Fluminimaggiore dovrà poter vivere in totale sicurezza: l’assistenza sanitaria sarà garantita notte e giorno, con medici di quartiere e allarmi nelle stanze collegati a centri specializzati in grado di intervenire in qualsiasi momento». Massima attenzione anche alla voce trasporti: «Prevediamo un’organizzazione personalizzata casa per casa, con pullmini a costante disposizione per andare al mare, uscire la sera, organizzare una giornata di shopping a Oristano oppure una gita tra i resti archeologici del Sinis». E le pulizie in casa chi le fa? «Sono comprese nella retta mensile, assieme a tutte le altre spese. Che ovviamente non si pagheranno in Posta. Lo prometto: all’Happy Village di Fluminimaggiore i pensionati non faranno mai più la coda per le bollette!».